Archivi mensili: dicembre 2015

cover giulia kindle

L’ispirazione è una creatura capricciosa. Stando a quanto ho sentito dire, ci sono autori che si abbandonano a essa completamente, aggrappandovisi con passione ma restandone in balia, mentre altri lavorano in maniera più metodica, quasi ignorandola per destreggiarsi in modo sistematico tra le idee per i propri scritti.

Ritengo di essere un ibrido tra le due categorie. La mia musa, seppur presente, non è benevola come quelle di taluni e ogni tanto mi si nega. Perciò capita che debba inseguirla, andarla a scovare e costringerla a fare il proprio dovere.

La genesi de L’Ombra della Cometa ha poco a che vedere con qualche improvvisa folgorazione e molto a che vedere con la voglia di scrivere e l’attiva ricerca di un punto di partenza dal quale iniziare a creare qualcosa di nuovo.

Nel periodo precedente la stesura della storia ero particolarmente recettiva, attenta a quanto mi circondava, in attesa. Aspettavo che la vita di tutti i giorni mi suggerisse uno spunto e alla fine così è stato.

Tutto ha avuto inizio con un lupo e una volpe o meglio con un breve documentario sull’insolita amicizia tra la lupa artica Tala e la volpe Sylar, ospiti dello zoo all’interno del parco Six Flags Discovery Kingdom, in California.

La natura di questa scoperta mi ha spinta a ricercare ulteriori informazioni sui due splendidi animali, sulle loro caratteristiche e sullo stile di vita di entrambe le specie osservabile allo stato brado.

Pur non potendo evitare di coniugare l’elemento di partenza con la mia passione per i generi urban fantasy e paranormal romance, infatti, mi sono ritrovata affascinata dagli aspetti naturalistici dell’argomento scelto. Sebbene il romanzo tratti di mutaforma e siano quindi presenti i necessari accorgimenti, ho cercato di risultare quanto più possibile verosimile nel descrivere i connotati animali dei protagonisti, dalla struttura sociale all’alimentazione, stile di caccia compreso.

Anche l’ambientazione della storia ha richiesto che facessi i “compiti a casa” e mi informassi a dovere. Non ho avuto modo di visitare dal vivo nessuno dei luoghi citati, ma ho svolto ricerche su di essi, concentrandomi soprattutto su flora e fauna.

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Una domanda che mi è stata posta relativamente spesso è perché scelga di ambientare le mie storie in Italia, quando la tendenza è quella di optare per luoghi più lontani e affascinanti. Pare che anche i lettori, così come gli autori, ne siano attratti e li preferiscano, perciò forse la mia risulta una scelta poco strategica, dettata in prevalenza – devo ammetterlo – dall’orgoglio e dal senso di identità nazionale.

Sono dell’idea che, quando una storia non lo necessiti per ragioni di credibilità e coerenza, sia meglio che si svolga in luoghi familiari, per lo meno per costumi e cultura. Non temo né disdegno la soluzione di allontanarmi dai posti noti, credo semplicemente che vada fatto per le giuste ragioni e non all’unico scopo di seguire una moda. Per di più, quando si tratta di scrivere di paranormale, amo pensare che le creature più insolite e fantastiche possano nascondersi proprio qui, dietro l’angolo.

Per rassicurare gli amanti delle ambientazioni estere, posso tuttavia fare presente che – come suggerito alla fine del romanzo – il setting piemontese offre l’opportunità di qualche temporanea incursione oltre i confini.

Uno dei temi principali de L’Ombra della Cometa è senza dubbio quello dell’anima gemella. Con il concetto di arest ho appunto voluto esplorare e rielaborare un’idea che da lettrice mi ha sempre affascinata ma mai del tutto convinta. L’elemento con il quale entro inevitabilmente in conflitto è la predestinazione, con il suo escludere implicitamente il libero arbitrio delle parti in causa. Perciò nell’universo da me creato ho finito per ridurla a mera biologia evoluzionistica, forse smitizzandola un po’, con l’intento di separare nettamente compatibilità genetica e sentimenti al fine di restituire vigore a questi ultimi.

Spero di essere riuscita nell’intento e di aver offerto al tempo stesso uno spaccato che si distaccasse dalle versioni più comuni e abusate di questa tematica.

Non volevo tuttavia ridurre il romanzo a una semplice storia d’amore, se non altro per non sprecare il potenziale offerto dall’aver scomodato creature soprannaturali di ogni sorta. Così ho cercato di uscire dalla mia zona di sicurezza e, anziché limitarmi a romanticismo, introspezione e un pizzico di magia, ho inserito anche qualche scena d’azione.

A tal proposito devo riconoscere che, senza il prezioso aiuto di chi si è occupato dell’editing, sarebbe stato piuttosto evidente al lettore come non sia solita cimentarmi in storie che contengano scontri fisici.

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Una piccola curiosità circa la terminologia usata parlando delle unioni mutaforma: il significato di arest è “vicino”.

Come chi ha letto il libro già sa, ogni mutaforma ha potenzialmente tre arest, individui a lui affini con i quali, al primo contatto fisico, instaura un temporaneo legame empatico. Dopo due settimane il suddetto legame può essere rifiutato e lasciato svanire oppure accettato e reso permanente tramite un rituale, a seguito del quale i membri della coppia diventano dimidia.

Dimidium, in latino, significa “metà”.

I due termini vogliono alludere rispettivamente alla vicinanza spirituale indotta dal legame e al fatto che confermando l’unione si accetta di diventare due metà di un unico intero.

Guest star all’interno del romanzo risultano essere le creature mitologiche.

Sono sempre stata affascinata dalla mitologia, in particolar modo quella greco-romana, ma supponendo che essa fosse abbastanza familiare al lettore, durante la stesura de L’Ombra della Cometa ho preferito inserire mostri leggendari meno comuni nelle narrazioni europee, più esotici.

L’intento era anche quello di mettere in prospettiva la natura soprannaturale dei protagonisti, facendoli apparire in qualche modo quasi “normali” di fronte a bestie del genere.

Con il wendigo mi sono attenuta a una sorta di modello, cercando di non uscire troppo dal seminato, il qilin risulta invece molto meno prototipico.

Nei prossimi volumi della saga intendo arrivare a stravolgere qualche figura ben nota, divertendomi a rivoluzionarla.

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LI - Il Romanzokindle

Alcuni colleghi sostengono che a molti lettori non dispiaccia conoscere i cosiddetti processi creativi di un autore che apprez­zano. Non so se sia vero. Probabilmente – come per tante cose – lo è in parte. A qualche lettore interesserà, ad altri meno. A me di solito non interessa.

Naturalmente, per processo creativo, semplificando, intendo qui le ragioni, suggestioni, o magari anche le casualità che mi hanno spinto a scrivere proprio quel romanzo piuttosto che un altro, e a scriverlo in quel modo, con quelle particolari caratte­ristiche e con quel senso.

Chi mi fa la cortesia di seguirmi sa già che cerco di scrivere ciò che vorrei leggere. E sa anche che, molto spesso, non sono soddisfatto del risultato raggiunto. Non parlo di refusi. Un refuso può infastidire ma non togliere valore a una storia, se questo valore c’è. Parlo di atmosfere, di ritmo, di dialoghi che abbiano una loro efficacia da un lato e un loro motivo di essere dall’altro. Di quell’alchimia che fa sì che un romanzo si legga con il piacere e la sensazione di partecipare a un evento – pic­colo o grande – che si ricorderà, che farà parte del proprio ba­gaglio di vita e sul quale verrà naturale riflettere, perché ha toc­cato corde importanti dentro di noi. Un romanzo, in definitiva, che ci ha dato qualcosa che porteremo con noi.

Sperando che Lovecraft’s Innsmouth sia tra questi vediamo allora di capire, insieme a quei lettori interessati, quali sono i presupposti che mi hanno portato a scriverlo.

Tutto è iniziato da un libro. Cosa non sorprendente, immagi­no. Si trattava di un’antologia firmata da molti autori, alcuni celebri (King), altri meno. Racconti senza relazione tra loro che non fosse il mondo di H. P. Lovecraft. Racconti che citavano personaggi già comparsi nella produzione del solitario di Provi­dence o altri inventati ma in linea con la celeberrima cosmogo­nia.

Scovai tale antologia casualmente in biblioteca frugando tra gli scaffali in cerca di qualcosa che potesse solleticare la mia ormai incallita curiosità. Pur riconoscendone le indubbie doti, non sono mai stato un lettore troppo convinto delle opere di Lovecraft, ma quell’antologia mi attirava. Prometteva una vi­sione più recente di un universo immaginativo unico nella storia della letteratura (non “di genere”, intendo proprio della letteratura tutta).

Era il libro che avrebbe potuto dirmi come Lovecraft era “sopravvissuto” e come era stato “traghettato” tra i lettori 2.0.

La curiosità era stimolata. Lo presi.

Il tempo di aprirlo e di leggere qualche pagina per scoprire che tale libro non esisteva. Almeno non quello che avevo cre­duto io. L’antologia era una serie di racconti dove gli autori si limitavano a imitare lo stile di Lovecraft con il torto però… di non essere lui.

Sono arrivato in fondo come sono arrivato in fondo all’unica maratona cui ho partecipato nella mia vita. Stringendo i denti e rotolando sui coglioni. Felice di aver finito e deciso a non ripe­tere l’esperienza.

Ho fatto leggere l’antologia a un amico (un vero talebano degli Old Ones) e anche lui – pur tributando il doveroso e mistico rispetto al suo idolo – ha ammesso che “i racconti non dicono molto”.

E se non dicono molto che racconti sono?

Quantomeno non dicono nulla che Lovecraft non avesse già detto, con la freschezza dell’originalità.

Iniziò la discussione che vi risparmio e che si può riassumere in poche parole: è possibile oggi scrivere “su” Lovecraft dicen­do qualcosa di nuovo senza tradirne lo spirito?

Si poteva perlomeno tentare. Ecco quindi Lovecraft’s Inn­smouth.

Al lettore stabilire se l’esperimento è riuscito, indipendente­mente dal taglio di capelli dell’autore e dalle sue inclinazioni politiche.

Non volevo personaggi che dovessero ri-scoprire da capo quanto Lovecraft nella sua produzione ci aveva già detto. Desideravo che avvicinassero tale mondo con comprensibile scetticismo, ma non con totale sufficienza; che fossero in grado di valutare le situazioni, insomma, con un occhio disincantato, un filo di buon senso e senza che il loro atteggiamento ricalcasse pari pari la strada tracciata da film e racconti. Personaggi moderni. Credibili. In grado di pensare. Come farebbe chiunque di noi in una situazione analoga.

Cover Cthulhu kindle

Di seguito qualche curiosità su alcuni aspetti contenuti nel ro­manzo:

  • Verso la fine del romanzo, un medico citerà l’attentato di Boston, parlandone come di una ferita ancora aperta. Il fatto (purtroppo) è reale. Il 15 aprile 2013 due esplosioni sconvolse­ro la maratona della città di Boston. Due ordigni collocati vicino al traguardo causarono la morte di tre persone e il feri­mento di altre 264. Furono arrestati due musulmani ceceni, so­spettati tra l’altro di una sparatoria avvenuta lo stesso giorno presso il Massachusetts Institute of Technology, dove rimase uccisa una guardia del campus e uno dei due ceceni. Il supersti­te fu condannato a morte. Il fatto ebbe uno strascico che ancora oggi è tutt’altro che concluso. Sembra che l’FBI – che aveva notizia di possibili attentati nella città – non abbia passato l’informazione al dipartimento di polizia. E, dal momento che la vittima del campus fu proprio un poliziotto, questo ha reso i rapporti tra i federali e il dipartimento molto difficili.

  • Lovecraft’s Innsmouth non esiste (o almeno non esiste ancora). Esistono invece altri parchi a tema horror, più o meno curati, più o meno convincenti. Non si tratta di strutture “polivalenti” come quelle descritte nel romanzo, e quasi tutte promettono molto e mantengono poco (come dice un personag­gio del romanzo: «…un’idea come Lovecraft’s Innsmouth o è perfetta o fa scappare da ridere.») Tuttavia chi volesse appro­fondire l’argomento può andarsi a vedere il seguente link (e poi, eventualmente, spulciarsi i vari filmati su YouTube per farsi un’opinione):

http://www.bonsai.tv/articolo/divertimento-da-paura-i-parchi-a-tema-piu-spaventosi-di-tutto-il-mondo/78671/

  • Il club di cui è membro il professor Brandellini esiste veramente e – pur in teoria protetto dal segre­to – è uno dei “circoli” più famosi e documentati al mondo. Si tratta del segretissimo e nello stesso tempo famosissimo Bohe­mian Grove. Per chi sia interessato a saperne di più (affidando­si a internet con tutto ciò che questo comporta) può vedersi:

https://it.wikipedia.org/wiki/Bohemian_Grove

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A Innsmouth de Lovecraft (Portuguese Edition)

  • Mariko, attirandosi in questo modo le ire di Vergy, per “legittimare” in qualche modo le credenze in qualcosa che non si credeva potesse esistere, cita il Celacanto. Come lei stessa spiega si tratta di «… un pesce del genere Latimeria. Un fossile vivente. Lo si credeva estinto da milioni di anni, fino a quando non ne è stato rinvenuto di recente un esemplare in Mozambico…» Si credeva che tale tipo di pesci si fosse estinto nel Cretaceo, fino a quando (colpo di culo?) non ne venne ritro­vato uno nel 1938 nell’Oceano Indiano. La disquisizione che seguirà contrappone due diverse scuole di pensiero nell’approcciare l’ignoto:

«D’accordo. Quel che penso? Dammi una definizione di so­prannaturale.»

«Vediamo. Un dito di ghiaccio che dal nulla ti si infila nel culo?»

Mariko continuò come se non avesse udito. «Mai sentito par­lare del Celacanto?»

«No, cos’è? Un ballo latinoamericano?»

«È un pesce del genere Latimeria. Un fossile vivente. Lo si credeva estinto da milioni di anni, fino a quando non ne è stato rinvenuto di recente un esemplare in Mozambico.»

«Ma in che mondo vivo?» si disperò teatralmente Vergy. «Trovano un Calicazzo in Mozambico e nessuno mi dice niente! Tornami a dire quanti ne hanno trovati.»

«Uno.»

«Ben uno! Chissà che festa tra gli accademici! Roba da far girare la testa! E di’ un po’, se lo sono fatti ai ferri con il limone e il Pinot grigio?»

«Quel ritrovamento ci costringe a rivedere il concetto di so­prannaturale.»

«Ah sì? Forse perché in effetti riuscire ad acchiapparne uno richiede una botta di culo stellare. Quanti ce ne saranno ancora in giro? Due, tre?»

«No. Perché non dovrebbe esistere. E poi perché prova che certe creature possono sopravvivere molto, molto a lungo. E questa per noi è la parte più interessante.»

«Come no. Qualche sciroccato trova un pesce decrepito in Mozambico e voi subito a ipotizzare che a migliaia di chilome­tri di distanza ci sia anche Dagon. Non si può davvero dire che i vostri ragionamenti si facciano scoraggiare da troppe tappe intermedie.»

  • Per chi sia interessato (ed eventualmente decida di concedersi una vacanza alternativa) riportiamo di seguito un elenco indicativo ma non esaustivo di una giornata tipo a Love­craft’s Innsmouth così come viene proposta dalla tariffa di base. Come ormai in tutte le cose, per avere di più paghi di più:

Arrivo in loco tramite corriera che ricrea quella che trasportò in paese il protagonista del racconto The Shadow over Inn­smouth. Sei automezzi identici compiono la spola dall’aeropor­to giorno e notte per permettere ai clienti tempi di attesa minimi.

Alloggio in albergo a scelta. Lovecraft’s Innsmouth possiede tre alberghi (con tariffe differenti) e un ostello (per permettere il pernottamento anche a chi ha minore disponibilità eco­nomica). L’albergo più famoso è il Gilman, che ricrea – decre­pito e cadente (ma con qualche sorpresa all’interno) – quello descritto nel racconto.

Si possono prendere i pasti in albergo ma anche scoprire “trattorie tipiche” in giro per il paese. La scoperta a piedi di Lovecraft’s Innsmouth rimane una delle attrattive più stuzzi­canti per un turista.

Tra le “attività” proposte dalla Direzione (tutte gratuite, per ora) c’è la possibilità di ascoltare il racconto di Zadok (l’unico uomo scampato alla terrificante mutazione), di assiste­re all’evocazione di Dagon su una scogliera a picco sul mare e di presenziare a una delle “messe blasfeme” nella chiesa del dio pesce.

Per chi ne fa richiesta, durante la notte, come accade nel rac­conto, viene ricreato il cosiddetto “attacco degli uomini-pesce” (figuranti opportunamente truccati) che prendono d’assalto gli alberghi alla luce delle fiaccole (l’elettricità viene momenta­neamente interrotta) e trascinano i clienti a presenziare al “sacri­ficio umano” (una bella fanciulla che fugge appena prima di essere sacrificata e che i clienti possono inseguire, vincendo buoni sconto nel caso riescano – e riescono sempre, per decisione dell’organizzazione – a riprenderla). Si può partecipare o anche solo assistere. In ogni caso è presente un punto ristoro con cibi, bevande, poltroncine e monitor che permettono di assistere alla caccia in remoto.

Per chi sia così coraggioso da sfidare i rigori del tempo c’è la possibilità del “bagno di mezzanotte” insieme ai “figuranti” di Lovecraft’s Innsmouth. Di giorno, invece, escursione subac­quea – con mute e respiratori – tra le rovine del tempio som­merso di Dagon, sempre insieme ai figuranti (esperti sub, a quanto pare).

Sembra che chi ne ha provato i brividi parli dell’esperienza in termini entusiastici. Naturalmente, molto apprezzati i selfie con gli uomini-pesce.

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  • Nel romanzo viene citata Hydra. Secondo l’opinione corrente (ma anche qui molti appassionati avanzano dubbi) era la sposa di Dagon, quindi una delle creature del profondo, e nemmeno di secondo piano. Quale fosse il menage tra Dagon e tale figura non ci è dato sapere né probabilmente lo vorremmo. Per qualcuno, Hydra non fa parte del gruppo (blasonato) dei Grandi Antichi ma si tratta “solo” di un semplice mutato. Alcuni ne parlano come di una donna di rara bellezza che si sia ac­coppiata con Dagon stesso (forse per amore e forse, diranno i più maliziosi, no). Il suo aspetto, a un occhio umano, non ne ha beneficiato: come tutti i mutati ha assunto un’apparenza a mezza via tra l’umano e l’anfibio, e ha acquisto l’immortalità (pur potendo essere uccisa, come direbbe Vergy: «Dandoci dentro alla porco Giuda»). Rimane una delle creature più mi­steriose tra quelle nominate da Lovecraft, proprio per l’alone di ambiguità che la circonda. Nel romanzo, i nostri eroi avranno modo di scoprire qualcosa di più e di farsi un’idea, a un tempo inaspettata ma terribilmente prevedibile, di quali siano i reali interessi dei famigerati Deep Ones.

Una curiosità: Madre Hydra è presente come boss finale del vi­deogioco basato sul mondo di Cthulhu: Dark Corners of the Earth. In realtà, in quell’occasione appare nulla più che un mo­struoso pesce gigante e, come tale, viene fritto senza troppi complimenti, lasciando pensare che i programmatori di video­giochi, spesso, anche quando si trovano per le mani materiale interessante, difficilmente riescano o vogliano andare al di là di una trama monodimensionale.

 

 * * *

Lovecraft’s Innsmouth, dunque, si propone come una struttura narrativa disposta a uscire da schemi ridondanti e rigidi, pur conoscendo i rischi del deviare da trame consolidate. Qualcuno apprezzerà la scelta di esplorare territori nuovi, altri forse si troveranno spiazzati da uno sviluppo che “non porta dove si è abituati ad andare”. È il bello del raccontare: alla fine, i gusti sono gusti. Per chi scrive era però importante provare a dire qualcosa di non scontato su atmosfere che spesso tendono a riflettersi l’un l’altra. Forse tale lettura richiede uno sforzo supplementare ma, per chi scrive, la fiducia nel lettore è tutto. E in ogni caso, per formarsi un gusto personale è necessario provare diversi sapori, e non sempre quelli conosciuti sono i migliori. Per concludere rimanendo all’interno della metafora gastronomica, per ritornare alla solita minestra c’è sempre tempo.

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